Alex si appoggiò al tronco e asciugò le lacrime: non aveva più l’età per piangere per le botte. «Diavolo cane.» Avrebbe voluto sedersi, ma sentiva ancora le bastonate del signor Dreyling.
E non bastava il dolore, c’era anche il ricordo di Thomas che rideva mentre veniva picchiato. Da bambino non era così, anche se già allora non faceva che ricordare a tutti che era il figlio del padrone. Ora somigliava sempre più a suo padre, e sapere che si divertiva assistendo alle punizioni univa il dolore all’umiliazione.
Quella vita doveva cambiare.
Tirò su col naso. Forse poteva sdraiarsi sul mucchio di fieno sotto la tettoia dei cavalli e sperare che nessuno lo dicesse al padrone. Raggiunse la rimessa e si lanciò sul fieno.
Ricordava ancora il giorno in cui suo padre aveva intagliato la colomba sull’albero lì dietro, il giorno in cui era arrivato lì. Da allora era cresciuto, il lavoro l’aveva reso forte, ma anche il bastone del padrone era cambiato: un morbido ramo di nocciolo aveva abdicato per una spietata verga di rovere. Ad ogni schiavo la sua punizione, che il Diavolo lo portasse.
Suo padre sbucò dal sentiero, posò un secchio vicino al muso bruno di Butterblume e si asciugò la fronte. «A che pensi?»
«A Thomas. È diventato un vero tiranno.» Non voleva parlare di libertà e schiavitù con lui, non avrebbe capito: lui aveva scelto quella vita e avrebbe ripreso a tormentarlo coi suoi discorsi sul dovere e la miseria.
«Lascia andare, ragazzo».
«Mi fa male il culo. E tu perché non dici nulla quando mi picchiano?»
«Quando l’ho fatto te ne ha date di più».
«Bene, non scomodarti».
Suo padre sospirò e osservò il cielo. «Torna a lavorare che tra poco si mette a piovere.»
«Lavorare, lavorare… Col male che ho.» Ecco che ricominciava.
«Lo so, ma c’è l’erba tagliata da rivoltare. Io, strigliato Butterblume, ho da fare in casa.»
Perché si dava tanto da fare? Come fosse stato tutto suo. Oltre allo stalliere, anche il carpentiere, il cordaio, il contadino, il fabbro ferraio… Gli ricordava quel vecchio gobbo che gli aveva insegnato a ferrare i cavalli quando era piccolo. Un ometto con le orecchie lunghe che non faceva che succhiare liquirizia con quell’unico dente di sopra. Il nome? Non lo ricordava.
Il nonnetto aveva visto la cicatrice che lo segnava dalla bocca al sopracciglio, aveva sollevato la radice scintillante di saliva e aveva tracciato in aria una linea curva. «Bella luna ti hanno disegnato in faccia, bimbo. È stato questo qui?» E aveva indicato Butterblume che allora era solo un puledro.
«Sua madre, signore.»
«Eh» aveva sospirato, «i cavalli sono diavoli, talvolta. Ne so qualcosa. Sapessi quanti calcio ho preso io… Guarda.» Gli aveva mostrato il braccio nudo piegato nel centro dell’avambraccio. Si era preso la zampa di Butterblume tra le gambe rinsecchite e aveva cominciato a raccorciare lo zoccolo col coltello, come se spellasse una mela, le scaglie erano cadute come trucioli giallastri.
Alex non aveva più avvicinato un cavallo dopo quel calcio in faccia. Li temeva come non avrebbe temuto un orso. «Ma se avete preso tante botte, com’è che non avete paura?»
«Paura?» aveva sorriso. «Tutti ne abbiamo, ma bisogna essere coraggiosi. O pensi che solo i soldati debbano esserlo?»
Alex aveva scosso la testa. Non voleva imparare a cambiare i ferri: non voleva avvicinarsi a un cavallo di nuovo.
«Sentimi, bambino.» Gli aveva puntato la liquirizia. «Fame, fatica, sfortuna, gente cattiva… Tutto ti può sopraffare. Devi avere coraggio per invecchiare. Non hai scelta.» Si era rimesso la radice in bocca e aveva ripreso a limare lo zoccolo. «Tutto ti può sopraffare, la vita stessa può farlo».
Un tuono fece scattare le orecchie di Butterblume. Nuvole scure si arricciavano oltre il palazzo Dreyling. Lì si stava al caldo. Gli avevano detto che il castello era stato un rudere pieno di spifferi a picco sul fiume per tutto il millequattrocento, ma dopo averlo acquistato Lienhart Dreyling l’aveva fatto ristrutturare, intonacare e sistemare nel modo migliore. Ora, nell’anno del Signore 1505, era un palazzo a tre piani, con un lato a strapiombo sul fiume e, per il resto, immerso in un prato pianeggiante che si estendeva fino al bosco. L’ideale per liberare i cavalli dopo la funzione domenicale.
Il signor Dreyling non si era risposato dopo la morte della moglie e aveva lasciato che fossero i molti servi a crescere Thomas che ora era uno stronzetto gracile e taciturno. Se da piccoli non avere una madre li aveva fatti sentire simili, ora somigliava sempre più a quel demonio del padre.
Ma di certo le cose sarebbero cambiate presto, ma non doveva pensarci o la buona sorte sarebbe schizzata via, ne era sicuro. Anzi, era meglio dire un’orazione.
Si alzò, suo padre spazzolava il cavallo. «Padre, vado a pregare prima che piova.»
Quello scosse la testa. «Quando ti metterai a lavorare?»
Alex lo ignorò, uscì e girò attorno alla tettoia scavalcando i noccioli. Raggiunse il suo posto segreto e si accucciò, posò un bacio sulla punta delle dita e accarezzò la colomba intagliata nel tronco del faggio. «Madre, come state?» L’uccelletto puntava al cielo. Il tempo aveva gonfiato i bordi dell’intaglio, ma era ancora ben distinguibile. «Ci sono quasi, madre. Se intercederete per me presso i Santi vostri compagni, oggi potrebbe essere il giorno. Vi chiedo tre berner. Non mi mancano che quelli: tre piccole monete. Potete mandarmele voi? Sapete che non disturberei la vostra pace celeste per qualcosa di frivolo, quindi…»
La voce roca di suo padre lo raggiunse. «Ragazzo, vieni qui!»
Ragazzo. Diciassette anni e lo chiamava ancora ragazzo. «Eccomi».
Indicava il ponte. «Arriva qualcuno».
Un uomo ben vestito si avvicinava su un cavallo bigio.
Suo padre si accarezzò il mento. «Lo sistemo vicino a Butterblume e gli do una bella inforcata di fieno».
«All’uomo o all’animale?»
«Guarda: sembra esausta, povera bestia».
Il cavallo ciondolava la testa, il cavaliere invece pareva riposato. Stava ritto sulla sella, a giudicare dagli abiti doveva essere lì per affari. Un uomo ricco, di quelli che avrebbero dato una buona mancia a un giovane stalliere intraprendente.
Alex si raddrizzò, sorrise mordendosi un labbro. «Io mi occupo del cavallo.»
«Devi andare a riparare gli scuri della torre. I cavalli sono una mia responsabilità ».
«Va’ tu dagli scuri e non ti crucciare, caro padre mio. Sono meglio come stalliere che come maniscalco.» Alex si sistemò la blusa e si avviò per intercettare lo straniero sulla via.
Ora che era più vicino notava che l’uomo aveva la testa scoperta, capelli tagliati corti e castani, come la barba. Non doveva avere più di trent’anni.
«Benvenuto, mio signore. Lasciate che mi prenda cura del vostro bell’animale».
«Ti ringrazio.» Scese. Aveva un bel paio di stivaloni scuri, fisico asciutto e sguardo sagace. Chissà se si sarebbe fatto abbindolare dai suoi modi. «Tu sei lo stalliere del signor Dreyling, vero?»
«Oh, no, signore. Sono un ladro di cavalli.» Sorrise.
Anche lo straniero sorrise. «Ti sei tradito subito però. Non sei molto abile.»
«Voi dite? Eppure ho le briglie del vostro cavallo».
Quello scosse la testa. «No, no. Sei troppo cortese come ladro. Come ti chiami?»
«Alex Manlich, mio signore».
«Dio t’accompagni, Alex Manlich. Io sono Melchior Katzbeck e sono qui per vedere il tuo padrone. È in casa?»
«Credo che lo sia, mio signore. Ad ogni modo accomodatevi».
«Lo farò.» Indicò il cavallo. «Dagli da mangiare, l’ho spossato per bene».
«Sarà fatto».
Katzbeck svolse il laccio della scarsella e rovesciò delle monete nel palmo guantato. Ne prese alcune e gliele porse.
«Oh, molte grazie, mio signore! Che Dio vi protegga.» Una, due, tre, quattro.
«Quanti anni hai?»
«Diciassette, signore».
«Da come li guardi si direbbe tu non abbia mai visto un berner».
«Dite? Ne ho visti, ne ho visti, ma questi sono speciali per me».
Katzbeck rise, scosse la testa e si allontanò dritto e solido come un condottiero.
«Quattro berner.» Tirò il cavallo fino alla stalla, slacciò la cinghia sotto la sella, la sollevò e la posò sullo steccato, slacciò le briglie e le buttò a terra contro il muricciolo.
Con quelle era arrivato a un ducato, la cifra che gli serviva. Ma ora doveva dare il fieno al cavallo dell’ospite.
Raccolse la forca, la infilzò nel mucchio e vide Hilda col suo abito nero da lavoro e il solito grembiule, china sulla fontana. Aveva il capo scoperto e i capelli legati sopra la nuca, il vento strappava esili ciocche al laccio di cotone e le faceva svolazzare come panni stesi. Stringeva le labbra come faceva quando era preoccupata o molto indaffarata. La tentazione di correre a dirle dei quattro berner era forte.
Troppo forte, Alex mollò l’arnese e corse da lei.
San Lorenzo, 30 marzo 1452.
– Sarah –
La Rienza gorgogliava, lungo le sue sponde i rami delle betulle spoglie frusciavano. Una grossa nube si avvicinava sopra le montagne. Mancava poco al tramonto.
Il monastero di Sonnenburg, grigio e spaventoso, dominava la valle dalla cima della collina. Le feritoie scure la guardavano, lei e gli altri servi nei campi, come occhi neri nelle mura.
Dentro nessuno zappava. Doveva essere come qualunque altro castello, elegante, ampio. Ma al posto di signori violenti, a Sonnenburg c’erano donne.
Sarah spostò una ciocca di capelli dalla bocca e mollò la zappa. «Basta così.» Le vesciche sui palmi erano scoppiate, la carne rossa era sporca di terra e bruciava.
Gerti se ne stava a testa in giù, appesa con la pancia alla staccionata a lato del campo. I capelli sciolti penzolavano come stoffa stesa al sole. Non faceva altro che trastullarsi quel rospetto. Ormai aveva sei anni, avrebbe potuto aiutarla. «Gerti.»
La fannullona continuava a dondolare.
L’aria profumava di terra bagnata. Cominciava a fare freddo.
«Gerti, prendi la zappa che si va.»
La piccoletta sollevò la testa a guardarla, uno zoccolo si sfilò dal piede e cadde nella fascia di prato incolto. «Fallo tu.»
«Ho male alle mani. Spicciati che sta per piovere.»
Gerti porse la mano al cielo, arricciò il naso.
«Non ho detto che piove, stupida. Ma presto verrà giù.»
Gerti tornò a dondolarsi. «Accordiamoci. Se ti porto la zappa tu, domani, invece che andartene alla fiera, rimani con me nella casa dello zio.»
Figurarsi. «Non posso.»
«Sì che puoi.»
«No.»
«Bugiarda. Non vuoi rinunciare alla fiera.»
«Resterei a farti compagnia, ma…» Sarah si massaggiò i polsi indolenziti. «è nostro padre che vuole che vada con lui.»
Gerti si grattò il naso. «Perché?»
Doveva inventarsi qualcosa di convincente. Per portare la bisaccia? Per fargli compagnia? «Vuole mostrarmi le maniere della gente di città . Dice che devo imparare se voglio piacere a uno sposo.» Quella era una buona scusa. Non voleva litigare con la ranocchia, ma non avrebbe perso la fiera di Bolzano per lei.
Gerti saltò giù dallo steccato. «Ti sposi? Con chi?»
«No che non mi sposo! Però presto non sarò più una bambina.» O almeno così le avevano detto.
Zoccoli al galoppo risuonarono sulle assi del ponte. Un uomo urlava in groppa a un cavallo nero. «In nome di Dio, aiuto! È imbizzarrito!»
Servi e braccianti accorsero in strada, due uomini si misero davanti al cavallo, alzavano le mani facendo versi per calmarlo. La bestia rallentò, picchiò gli zoccoli sulla terra battuta. Grazie a Dio lei e sua sorella erano lontane da quel colosso spaventoso.
Una donna afferrò le briglie, gli accarezzò il muso e l’animale si calmò.
Gerti cominciò a correre per avvicinarsi.
«Gerti, aspetta! Torna qui!» Quella matta poteva farsi schiacciare. Sarah tirò su l’orlo del vestito, la raggiunse ai bordi della strada e la afferrò per un braccio. «Sta’ lontana.» Il cavallo soffiava, il manto nero era lucido di sudore e puzzava di stalla.
L’uomo in sella era Ragant, il giudice del territorio di Marebbe. Si toccava la testa con la faccia pallida e gli occhi strabuzzati. «Ho perso anche il berretto! Mi hanno lanciato pietre e aizzato i cani contro. Che Dio li maledica!» Tirò il piede nella staffa e colpì in faccia la donna che tratteneva il cavallo.
Lei si portò le mani alla bocca e gemette. Sulla guancia aveva l’impronta di fango dello stivale. Il labbro superiore sanguinava.
Ragant la notò e distolse lo sguardo. «Quei ribaldi! La famiglia Mentelberger di Brunico, sentite tutti questo nome! Mi volevano ammazzare a sassate.» Indicò la cima della collina. «Accompagnatemi a Sonnenburg, devo riferire subito tutto alla reverenda madre.»
La donna si pulì la terra dalla guancia e sputò.
Quel giudice borioso… Il monastero era vicino, aveva un cavallo, poteva andarci da solo.
Come le sarebbe piaciuto dirlo ad alta voce, urlarlo.
Il labbro della donna si stava gonfiando. Come poteva farsi trattare così? Era normale che un uomo la potesse prendere a calci in faccia?
Due braccianti fecero strada, Ragant li seguì sul sentiero che saliva al castello. La donna raccolse la vanga e tornò al suo lavoro nel campo.
Sarah strinse i denti, scosse la testa.
Gerti la guardò da sotto in su. «Che hai?»
«Mah!» Si volse per tornare. «Per le palle di Giuda! Le ha dato un calcio in faccia!»
«Nostro padre non vuole che dici―»
«Non le ha nemmeno chiesto perdono. E quella non gli ha detto niente!»
Gerti camminava in fretta per starle accanto. «Ma è il signor giudice. Tu cosa gli dicevi?»
«Io? L’avrei tirato giù dal cavallo per le brache e gli avrei ficcato una zolla in bocca. Buon appetito, ecco cosa gli avrei detto.»
Gerti ridacchiò. Tornò seria e scosse la testa. «Ti farai frustare o imprigionare.»
«Ah sì?» Raccolse la zappa. «Meglio che essere una nullità .»
«Questo è l’orgoglio. Il reverendo Andreas domenica ha detto che è un peccato grave. Dio ha scritto nella Bibbia che siamo al mondo per… come penitenza, insomma.»
«Le donne più degli uomini, però. Anche se non tutte. Quelle che ha fatto nascere ricche come le monache di Sonnenburg sono felici.» Il castello era sordo alle miserie della gente comune. «La badessa Verena è come una regina. Regna su questo territorio e vale quanto un uomo. Anzi, più di tanti uomini. Sono sicura che per lei la vita non è una penitenza.»
«Sei troppo arrabbiata.»
«Sei una sciocca. Io ho il doppio dei tuoi anni e ho capito delle cose. Devi ascoltarmi: essere poveri è difficile. Essere una donna povera significa non valere nulla.»
Gerti s’imbronciò.
Non erano belle parole per una bambina, ma doveva impararle certe cose. Se sua madre avesse avuto più carne da mangiare…
Sarah lanciò la treccia dietro la schiena. «Su, andiamo a casa.» Le ombre si allungavano sul paesaggio dorato dal tramonto.
«Non aspettiamo nostro padre?»
«No, andiamo a preparare. Domani partiamo presto, Bressanone è lontana.»
Scavalcarono la staccionata. I grumi di terra secca si sbriciolavano sotto gli zoccoli.
Gerti raccolse un ramo, lo agitò per frustare l’erba. «È per quello che il signor giudice andava dalla badessa? Perché lei è come una regina?»
Sarah annuì.
«Ma tu hai capito cosa gli è successo?»
Sarah sospirò. Era la solita storia. «Ci sono dei contadini che occupano l’alpeggio Grünwald con le loro bestie.»
«Che c’è di male?»
«Dovrebbero pagare le suore, perché dicono che il terreno è loro. Il giudice dev’essere andato a mandarli via ancora. Forse prima o poi li farà imprigionare davvero.»
Gerti camminava con la bocca spalancata. Era buffa.
«Nel castello di Sonnenburg ci sono segrete e fruste, sai?»
Gerti spezzò il rametto. Guardava a terra. Chissà se anche lei fantasticava su una vita differente.
«Coraggio, ranocchia. Noi saremo diverse.»
La bambina le prese la mano. «Diverse come?»
Sarah si voltò verso il campo. La donna colpita dal giudice lavorava ancora il terreno duro. «Diverse da quella lì.»